Analisi di un Giubbotto di Jeans

scritto da Luca C_Max
Scritto Ieri • Pubblicato 21 ore fa • Revisionato 21 ore fa
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Dopo fugaci e leggere apparizioni estive, provo a tornare ad essere un po' più serio
- Nota dell'autore Luca C_Max

Testo: Analisi di un Giubbotto di Jeans
di Luca C_Max

Analisi di un Giubbotto di Jeans

La faccio breve, era un fine aprile, ma un fine aprile siciliano, chiariamo, e dovevo andare a passare un'intera giornata in mezzo alle campagne dell’entroterra (specifico che non esiste entroterra più affascinante di quello siciliano, in qualunque stagione lo si osservi), per seguire una gara di cronoscalata di auto storiche. Perfetto connubio quindi, due passioni condensate in un unico giorno, cosa si può volere di più, non so, forse una Lucana e una Peroni ghiacciata.

Dovevo farla breve, mi scuso, ma quando parto con la Sicilia e le Lucane mi perdo. Torniamo a noi.

Esco di casa e mi dico che, vista l’indeterminatezza della stagione, visto che vado in moto e che non so che orari farò, e volendo passare l’intera giornata all’esterno, mi porto un giubbotto di jeans per sicurezza, hai visto mai…

Da premettere due cose, anzi tre:

1)    Nella giornata mi sono ustionato pesantemente

2)    Al rientro mi sono congelato

3)    Il giubbotto di jeans non ha reale funzione

Pensateci, esistono oggetti che attraversano il tempo e se ne infischiano delle mode, grazie alla loro immagine, che inviluppa canoni estetici aurei e accarezza i nostri percettori delicati e dedicati (Vedi Ray Ban a goccia o Persol 649). Parliamo di oggetti che non sono particolarmente utili, né oggetti che offrano un reale comfort, ma oggetti che rappresentano semplicemente quel “qualcosa”. Il giubbotto di jeans è, appunto, uno di questi.

Lo si indossa per il suo stile, per ciò che comunica agli altri, per l'idea che trasmette di noi. Eppure, se lo osserviamo e ne analizziamo da vicino, scopriamo una contraddizione quasi ironica: non tiene davvero caldo quando fa un po' di freddo, non protegge dalla pioggia, anzi pare sempre assetato e si inzuppa appena può, non ripara dal vento, decisamente no. Abbiamo capito che non protegge anche dai raggi solari, almeno quelli siciliani.

Spesso è rigido, scomodo, limita i movimenti e richiede tempo prima di adattarsi al corpo, nel caso specifico specie al mio che, nel contempo, avevo messo pure una taglia in più...

La sua funzione principale non è proteggere, dare confort, ma semplicemente apparire.

In questo senso, il giubbotto di jeans diventa una metafora sorprendentemente efficace nei parallelismi di molti rapporti umani.

Il giubbotto di jeans e le relazioni di facciata

E qui, mentre appunto mi drogo di aspirine e spalmo creme che avrebbero dovuto lenire gli effetti della scottatura, penso che anche alcune relazioni possano essere ragguagliabili ad un semplice giubbotto di jeans. Esistono più per la loro apparenza che per la loro sostanza. Dalla piattaforma di osservazione di un esterno, possono sembrare solide, desiderabili, perfino invidiabili. Sono i rapporti costruiti su pareti di fotografie sorridenti, quelli delle conversazioni educate, delle presenze costanti negli inevitabili balletti sociali. 

Ma quando arrivano il freddo e il gelo della reali difficoltà, quando arriva la pioggia delle delusioni e delle aspettative non traguardate, quando inizia a tirare forte il vento dell’incertezza, questi rapporti e relazioni rivelano la loro vera natura. Sono relazioni che indossi o vengono indossate come un giubbotto di jeans.

Ci sono persone che ci stanno accanto senza realmente essere presenti, occhi vuoti e magari solo tasche piene.

Persone che con tasche piene riempiono gli spazi, ma non sfamano i tuoi vuoti.

Persone che parlano molto (rubinetti), ma che di fatto non ascoltano (che fine hanno fatto le spugne?).

E poi quelli che guardano ma non osservano. A volte fanno solo presenza scenica, ma non danno un vero sostegno emotivo.

Come il giubbotto di jeans, queste relazioni possiedono una forma riconosciuta, riconoscibile e rassicurante, ma mancano della funzione per cui una relazione dovrebbe esistere: accogliere, proteggere, comprendere, mediare, convergere, adeguarsi sempre al contorno.

Alla fine, il giubbotto di jeans è e può restare un bel capo d'abbigliamento. Non c'è nulla di sbagliato nella sua esistenza, purché non lo si scambi per ciò che non è, o fidarsi di ciò che non garantisce.

Altrimenti poi vai di aspirine (vedi psicologo), creme lenitive per ustioni (vedi magari pesanti psicofarmaci) o alla peggio, infili una collezione di belle bottiglie vuote sullo scaffale, come inutili trofei.

Chiudo, questa mediamente inutile dissertazione, pensando che poi in effetti, non tutte le relazioni devono essere destinate ad essere profonde e durature nel tempo. Alcune saranno semplici conoscenze (convenienze) o mere sessuose compagnie occasionali, presenze quindi non fondamentali lungo il cammino (ma delle ultime ce ne fossero!)

Quindi sto giubbotto me lo tengo, e per avere meno fastidi, cercherò di perdere quella benedetta taglia in più.

Saluti
Luca

Analisi di un Giubbotto di Jeans testo di Luca C_Max
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